Chicago negli anni '90 è cambiata, ormai il processo di smantellamento delle grandi aziende novecentesche e del welfare state ad esse connesso è a buon punto. Non è più il tempo della rabbia espressa dal punk hardcore o del cinismo del post hardcore, forse è il momento della rassegnazione, oppure quello di passare tutti gli input metropolitani al tritacarne. Quindi: Jazz, di cui la città era sempre stata la culla, noise e industrial, esplosi negli anni '80 e ovviamente tutte le influenze di metal estremo provenienti da ogni dove. Serviva un nuovo jazz, un genere che i coetanei di Weasel Walter non ascoltavano certo in massa ma il jazz non finirà mai perché la sua necessità è quella di unire cose diverse, e fino a quando ci sarà diversità, ci sarà jazz. Esemplare il caso dei Flying Luttenbachers, gruppo americano di Chicago attivo nella scena locale underground durante gli anni 90. Il percorso di Weasel Walter, unico leader del progetto Flying Luttenbachers, è unilaterale. Un approccio musicale che non guarda mai indietro e che si evolve con tentativi decisi, prova di un’idea musicale strutturata e ragionata. Se le prime registrazioni, con una formazione a trio - doppio sax e batteria - devono molto al free jazz targato Albert Ayler e le composizioni no wave dei Mars e DNA, quelle successive mutano in forma ed in sostanza, passando ad un quartetto con chitarra e basso. Così Walter riesce nel suo tentativo di avvicinare il jazz alla musica death metal. Incredibile a leggersi così. Incredibile anche a sentirlo, a dirla tutta. L’ultima uscita Gods of Chaos (1997, Skin Graft Records) è “l’apocalittica rappresentazione di un rock in via di definitivo sfacelo” secondo le parole dello stesso WW, o sempre secondo lo stesso “è la rappresentazione della razza umana”. A cosa facesse davvero riferimento Walter con queste sue stuzzicanti dichiarazioni non si può davvero intuire, all’ascolto dello stesso album. Il punto da cogliere è invece l’etica artistica, la ricerca del nuovo e del non-già-ascoltato, la fuga dallo scontato e la noncuranza del successo commerciale. I Flying Luttenbachers hanno sempre e solo suonato quello che volevano, senza curarsi di nessuno, Weasel Walter con il suo death-jazz riusciva ad esprimere l'accelerazione socio economiaca di quegli anni, quella che avrebbe portato Chicago a diventare una World City con un'economia basata sulla conoscenza, una trasformazione per pochi, gli altri si sarebbero persi nel caos futurista in chiave distopica.
“Per
quanto possa sembrare sciocco, essendo ogni nota più piena di energia
dell’intero catalogo dei Fugazi, questo singolo potrebbe segnare l’avvio di una
nuova generazione di band punk-jazz fatte da ragazzi per i quali Coltrane è Ian
McKaye, straight edge significa canne ben calibrate [inteso come parti di
strumenti, ndr.] e chi comanda sono dei fiati forti e veloci. Sto parlando
seriamente.” (Marc Masters su 546 Seconds of Noise, Crank
n.3, primavera 1993)
“Questo è un jazz spaventoso. Esplosivo. Non-stop. Una musica incredibilmente feroce. I F.L. potrebbero essere la prima band jazz a girare nella testa di tanti headbangers. Un sax urlante, una chitarra stridente, un basso tuonante e una batteria free-death. Come se degli zingari vi rapissero un figlio e lo mutilassero davanti ai vostri occhi. Come Nerone che cantava mentre Roma bruciava. Eccovi una vaga idea. Non provate a scopare con questo album in sottofondo.” (Lee Pembleton su Constructive Destruction, The Lumpen Times Vol.3, n. 21, agosto 1994)
“Per
esperienza personale, lasciatemi dire che questo è il perfetto accompagnamento
per quando vi trovate a camminare in mezzo a una folla di letargici relitti
umani, tentando diperatamente di prendere l’ultimo autobus verso casa mentre la
vostra mano cerca freneticamente nella tasca della giacca per trovare il
biglietto, attenta a non scuotere il vecchio e scassato walkman che sta
suonando e che non potete permettervi di cambiare, e chiedendovi
insistentemente se quel vago scampanellio che sentite nella vostra testa viene
dal nastro o è la prima avvisaglia di una perdita dell’udito. Per come la vedo
io, questo è un complimento.” (Nik Rainey
su Revenge, Lollipop n.33 1997)
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