Sunday, 30 August 2020

Chino Amobi e il paradiso prossimo venturo

Finalmente qualcuno che esibisce una chiara posizione ideologica e partendo da quella, compone un intero album che si proietta concettualmente oltre il pensiero dominante. Pensiero che, negli Stati Uniti, rimane immutabile nonostante il passare dei decenni: la "promise land", "the american dream", il Paradiso in terra" che dà il titolo all'album di Chino Amobi, un immaginario plastificato che nasconde problemi atavici. Finalmente un artista che ha qualcosa da dire a proposito di questioni che lo riguardano e che riguardano tanti residenti nel paradiso yankee, problemi che possono essere risolti, a partire dalla possibilità di rappresentare possibili soluzioni. Chino Amobi è figlio di immigrati nigeriani, un "seconda generazione" cresciuto a Richmond, in Virginia da genitori che si sono ben guardati dall'insegnare al figlio le loro lingue d'origine, preoccupati di ostacolarne l'inserimento in una comunità locale che percepivano chiusa a qualsiasi cambiamento, anche linguistico. Questo è uno degli spunti che Chino affronta fin dalla copertina del disco, rappresentante un passaporto rilasciato dal collettivo di artisti di origine africana NON, di cui è fondatore, non dallo stato americano di cui è pur sempre cittadino. Chino ci sbatte in faccia la sua condizione di sradicato, accettato a malavoglia come immigrato di colore negli USA e come corpo estraneo in Nigeria a causa della sua impossibilità di comunicare nella lingua degli avi.

Chino Amobi, anche in virtù della sua maturità, ha 33 anni al debutto discografico, ha una rara consapevolezza politica, da artista contemporaneo che ragiona su ciò che espone (è in effetti anche un pittore \ collagista). In una sua mostra coeva alla pubblicazione dell’album, cita il filosofo italiano Giorgio Agamben e il suo concetto di "immagini deboli", immagini tipiche dell'arte di avanguardia, immagini insignificanti singolarmente ma legate ad una prospettiva di cambiamento, inosservate a causa della velocità di esposizione mediatica alla quale ormai siamo abituati. Un disco come Paradiso ambisce come l’arte di avanguardia di un secolo fa, a preconizzare una possibilità e a restituire un ruolo all’arte che sembrava perso in una società ossificata e descritta come immutabile dalle istituzioni dominanti. È un disco che parla di problemi concreti, di cui molta musica sembra essersi dimenticata, una delle tracce si Chiama Genova, con probabile riferimento al cammino dei migranti verso la Francia all’inseguimento del loro paradiso, un’altra traccia si chiama Polizei, polizia in tedesco. Sono simboli evocativi che portano l’ascoltatore all’attualità, non è intrattenimento, è musica fatta per svegliare, per scuotere gli animi, come nella migliore musica industriale e hardcore degli anni ’80 e ‘90, quando ancora la speranza di poter contrastare un cambiamento inaccettabile era ancora moneta corrente.

 

Friday, 14 August 2020

Durutti Column, minimalismo massimalista

 The Durutti Column

 

Massimalista perchè più minimale di così nella musica rock del 1979 c'era ben poco, oltre si sconfinava nella New Age. Dietro il nome d'arte Durutti Column c'era il solo Vini Reilly alla chitarra e una batteria elettronica, programmata da Martin Hannet, il famoso produttore dei Joy Division. Quest'ultimo colse l'occasione di lavorare con un timido ed inesperto Vini per portare al massimo le sue intuizioni sull'uso dello studio di registrazione e delle apparecchiature che la AMS, casa inglese di elettroniche audio, gli metteva a disposizione in anteprima. Il risultato sono una sequenza di tracce per sola chitarra pesantemente effettata con unità di ritardo Ecoplex e riverberi, uno stile che negli anni 2000, grazie alle loop station sarebbe diventato abbastanza popolare.

 

Vini Reilly / The Durutti Column - photo by Annik Honoré

 

In piena New Wave va dato onore a Tony Wilson di aver sponsorizzato un progetto così singolare. La Factory records aveva già i Joy Division in carniere con cui fare cassa e soprattutto aveva quell'approccio quasi amatoriale che gli permetteva di pubblicare qualsiasi intuizione. Lo spirito dell'etichetta era dadaista anche nella scelta del nome Durutti Column, sempre dovuta a Tony Wilson, preso da un fumetto inglese dell'epoca chiamato "The return of the Durruti column". E' paradossale associare il nome di una milizia anarchica dei tempi della guerra civile spagnola con una musica così eterea ed intimista ma era molto comune che gli artisti inglesi dell'epoca fossero affascinati dalla mistica marxista rivoluzionaria che imperversava concretamente nell'Europa continentale. Basti pensare ai Gang of Four, ispirati alla banda dei quattro che presero il potere negli ultimi anni di vita di Mao in Cina o agli Scritti Politti, un'altra storpiatura, questa volta dagli Scritti politici di Antonio Gramsci. Lo stesso spirito provocatorio porterà Wilson e Reilly a battezzare il secondo album dei Durutti Column "LC", dove l'acronimo sta per l'italianissima Lotta Continua, gruppo extraparlamentare di estrema sinistra ma la musica rimarrà sempre l'essenza di un'anima ben lontana dalla lotta politica, semmai richiusa in sé stessa e capace di ritagliarsi un piccolo seguito di cultori che persiste tuttora.

Thursday, 6 August 2020

Yves Tumor, un apolide digitale







Yves Tumor - forse Sean Bowie, forse - e’ sicuramente un’/una artista felice di incuriosire, trasgredire, andare oltre...ma soprattutto un/una artista felice di fare musica. Cresciuto/a nel Tennessee agli inizi del millennio, si sposta in California, Berlino, Lipsia. Forse ora vive a Torino. Forse.
Tutti questi forse derivano dalla mancanza di informazioni su questo/a artista. Wikipedia non ci dice quando sia nato. Le interviste rilasciate on line sono davvero poche, e quelle poche sono abbastanza scarne ed elusive. In particolare, Yves non vuole davvero identificarsi con un sesso, e parla di se’ stesso/a al plurale!

Le poche immagini rintracciabili online sono dark, disturbanti, colorate, e ritraggono una persona dalle...poche sembianze umane. Essere sfuggenti nel 2020 può essere una potente forma di marketing di sè stessi e un intelligente modo di sfruttare il web senza farsene inghiottire, più o meno inconsapevolmente...ma che importa quando tutto può essere celato, distorto, modificato facilmente una volta digitalizzato.

Questo tanto per delineare i tratti della persona di cui stiamo parlando. Riguardo alla sua musica...beh Yves Tumor, di questo ne siamo certi, ha firmato ora con Warp records, e poche settimane fa e’ uscito il suo nuovo lavoro: Haven to a Tortured Mind. Se gli esordi di Yves erano marcatamente sperimentali e noise, gli ultimi due album con Warp (l’altro e’ datato 2018 - Safe in the Hands of Love) virano verso qualcosa assai piu’ simile alla forma-canzone, all hit da “ascoltare e riascoltare e riascoltare” - come dice lui/lei stesso/a.




Rispetto al primo album, autoprodotto e registrato su Garage Band, di cambiamenti ce ne sono stati. Eppure il percorso non e’ stato casuale: anche le nuove “hit” sono collage di pezzi di canzone: il lavoro in studio si sente, ed e’ notevole. When a Man Fails you (2015 - autoprodotto) e Serpent Music (2016 - Pan, etichetta sperimentale berlinese) sono invece lavori forse piu’ interessanti in quanto piu’ ricercati e misteriosi.

Chissà in che direzione ha intenzione di muoversi ora Yves, se scalare verso il successo (le possibilità sono buone, dato il positivo riscontro di critica) o se invece spostarsi di nuovo e provare qualcosa di diverso. Staremo a vedere.