Sunday, 13 December 2020

Dead Elephant, da Cuneo, Minnesota, con furore


I Dead Elephant sono una band di Cuneo, dalla provincia vengono spesso le proposte musicali che meglio esprimono l’alienazione del vivere contemporaneo, più spesso che dalle metropoli.

Gli Husker Dü e i Replacements, da Minneapolis, sono due degli esempi più significativi di come la musica underground che meglio ha espresso il disagio esistenziale di una generazione sia venuta da aree considerate periferiche. Il Minnesota non aveva prodotto musicalmente granchè fino agli anni ’80, poi, improvvisamente, con la stura data dal punk alla musica rock, tutti si sentirono autorizzati  ad imbracciare una chitarra e ad esprimere in musica il loro disagio quotidiano, magari dopo aver constatato dal vivo l’ìmperizia tecnica dei Ramones. L’atteggiamento di Husker Dü e Replacements partiva dal semplice concetto: “se lo fanno loro, possiamo farlo anche noi”. Non era certo quello della No Wave Newyorkese, che cercava, consapevolmente di riinterpretare forme musicali alte come il jazz o il minimalismo, tramite l’approccio naif del punk.

I Dead Elephant non venivano da Torino o Milano, New York poi dista circa 6000 miglia da Cuneo ma non è detto che l’alienazione della provincia, e l’Italia è tutta un’enorme provincia, fosse di minor ispirazione di quella metropolitana. I Dead Elephant non parlavano di street gang o di problemi sociali tipicamente legati alla vita nelle grandi periferie metropolitane, prendevano spunto invece dalla noia e dal senso di alienazione  che prova chi cresce in una piccola realtà con una sensibilità artistica non convenzionale. I Dead Elephant però riuscirono comunque a farsi produrre da Robotradio, una piccola etichetta di Trento dedita a sonorità tra il post-hardcore, il noise e il metal più sperimentale, sonorità che emergevano proprio dalla grande provincia italiana ormai mutata in un enorme periferia. Ho sempre pensato che se Cuneo fosse stato in Mnnesotai e Robot Radio una label americana, i Dead Elephant avrebbero avuto ben altra visibilità internazionale. Per quanto riguarda il capitolo successo commerciale, beh, andatevi a leggere l’epilogo delle carriere dei nostri eroi da Minneapolis…

Sunday, 22 November 2020

Naked Raygun, l'hardcore arrivò a Chicago e divenne immediatamente qualcos'altro

 https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/06/Naked_Raygun.gif

Abbiamo già parlato degli Effigies, quella che può essere considerata la prima band punk-hardcore di Chicago, fortemente influenzata dalle sonorità new wave britanniche, furono solo gli apripista di questa immediata ibridazione che contaminò l'hardcore a Chicago, i Naked Raygun vennero a ruota, anche loro aggiungendo qualcosa ad un genere che non poteva più rimanere nei confini della musica adolescenziale delle origini. Santiago Durango, Marko Pezzati e Jeff Pezzati non erano più adolescenti e l'hardcore gli servì come base su cui caricare i loro testi al vetriolo, carichi di ironia dissacrante, come si fa ad intitolare un brano Potential Rapist? Il rigore dell'hardcore più politico viene autoparodiato, riallacciandosi al punk più demenziale e grottesco. Basta per definirli post-hardcore? Chissà. Certo su disco sembrano quasi un gruppo tradizionalmete rock, ed è questa l'intuizione, recuperare il passato e riinnestarlo su un genere che era nato come rottura brutale con la tradizione musicale e sociale.

Tuesday, 27 October 2020

Pan sonic...non è una marca di elettronica di consumo giapponese...



Io in Finlandia non ci sono mai stato ma sono stato in Estonia e ricordo il buio pesante onnipresente e le poche ore di luce bianca di neve. Ricordo il freddo, e la fredda gente. Anni dopo quando poi ho ascoltato per la prima volta i Pan Sonic, le immagini sono tornate immediate forti e quasi ho sentito lo stesso freddo, ed ero di nuovo al buio. Mika Vainio - non l’unico, ma il nome più’ importante dietro a questo progetto - cadde dalle scogliere di Trouville-sul-mer nel 2017 e il nome Pan Sonic morì’ con lui. Finlandese di Turku, diede un contributo difficilmente quantificabile - ma incredibile - alla musica elettronica e, in generale, alla musica a cavallo tra i 90 e i 00.


Già’ da prima della sua morte, in ogni caso, le cose non erano le stesse. Riflesso della sua dipendenza da alcol. I tempi migliori furono quelli degli anni 90, quando il duo Pan sonic (cosi’ chiamati all’inizio, fino a quando la nota azienda giapponese fece cambiare loro nome) turbava, schockava, intrigava la scena elettronica europea e non, grazie alle proprie dinamiche fuori da ogni contesto, eppure così’ profonde e pesanti.


Non solo concerti ma anche installazioni, dj set...il nome Pan Sonic e’ prima di tutto un progetto, un collettivo. Un idea. Dedizione al lavoro (si dice che Mika Vainio lavorasse 8 ore al giorno alla sua musica), approcio DIY (il “quarto” membro del gruppo, Jari Lehtinen, costruiva egli stesso le apparecchiature utilizzate dalla band), ma soprattutto il loro messaggio abrasivo, buio, ossessivo.

Tuesday, 20 October 2020

Iceburn, crossover dalla terra dei mormoni

 

Spesso essere periferici, completamente fuori dalle logiche di mercato, consente una grande libertà creativa, vivere a Salt Lake City, Utah voleva dire essere anche fuori dalle rotte della musica underground dell'epoca, che all'uscita del secondo disco Hephaestus, nel 1993, passavano per Seattle, Olympia, Chicago, New York, Los Angeles... Fondamentalmente gli Iceburn erano il prodotto di Gentry Densley, chitarrista e cantante, oltre che unico membro in pianta stabile della band per tutti gli anni '90. Anche la provincia, però, qualcosa doveva proporre, ad esempio la rivista locale SLUG, che sta per Salt Lake City UnderGround e che aveva già avuto i nostri in copertina nel 1991. Gli ascolti della band dovevano essere ben variegati a giudicare dal crossover di heavy-metal, hardcore, jazz e progressive-rock e i risultati erano ottimi, tanto da farli esordire su Revelation Records, etichetta famosa per pubblicare l'hardcore più estremo dell'epoca, quello di gruppi quali Youth of Today, Sick of it All, Quicksand e Gorilla Biscuits. Immagino la faccia del fedele cliente dell''etichetta, dopo aver comprato Hephaestus a scatola chiusa, e schiacciato play sul lettore CD, un misto di incomprensione e repulsione ma forse anche di fascinazione nell'ascoltare jam chitarristiche di quasi nove minuti alternate a pezzi di due, un amalgama continuo di sonorità familiari, il metal e l'hardcore e cambi di tempo e armonine degne del jazz più avventuroso. Gli Iceburn avrebbero continuato la loro avventura spostandosi sempre più in territori jazz, incorporando un sassofonista, fino a diventare un collettivo aperto, gli Iceburn Collective, sempre con registrazioni di ottimo livello.

Wednesday, 7 October 2020

I GoGoGo Airheart e il revival punk funk


A San Diego, luogo d'origine dei GoGoGo Airheart, fin dai primi anni '90, esisteva una florida scena post-hardcore, anzi una delle migliori band dell'epoca erano i Drive like Jehu, John Reis, il chitarrista, si era fatto le ossa nell'hardcore e fu tra gli iniziatori di tutto il movimento, cresciuto attorno alla Gravity Records. L'ibridazione dell'hardcore con altri generi come il funk, la new wave inglese o addirittura il jazz era iniziata immediatamente dopo la codifica del genere stesso, la cui rigidità non poteva contenere la voglia di sperimentare di nuove genie di musicisti, sempre più capaci tecnicamente. Dopo vent'anni di evoluzione, la carica di rabbia e violenza era diventata sempre più celebrale, fino a scomparire del tutto. Rimase l'approccio do it yourself, di eredità punk, anche in etichette come la Gold Standard Laboratories (GSL) e la Three One G che, all'appropinquarsi della fine del millennio, stava producendo alcune tra le più interessanti band che ancora tentavano di innovare il genere. I GoGoGo Airheart erano tra queste e, magari per inserirsi in una corrente in voga ad inizio millennio, la riscoperta del postpunk, che avrebbe potuto portarli ad un minimo di notorietà dopo anni di sforzi, arrivarono a confezionare nel 2002 ExittheUXA. E' un album che certifica il fallimento dell'indie americano come modello di business, se mai ce ne fosse stato bisogno, dato che già in tempi non sospetti, Greg Ginn, fondatore dei Black Flag e dell'etichetta SST, alla domanda: "Guadagnate qualche soldo?", rispondeva: "cerchiamo di mangiare". Se non era un modello redditizio monetariamente, i GoGoGo Airheart stanno a testimoniare che lo era dal punto di vista della creatività, anche tentando di inseguire i trend del momento.