Wednesday, 7 October 2020

I GoGoGo Airheart e il revival punk funk


A San Diego, luogo d'origine dei GoGoGo Airheart, fin dai primi anni '90, esisteva una florida scena post-hardcore, anzi una delle migliori band dell'epoca erano i Drive like Jehu, John Reis, il chitarrista, si era fatto le ossa nell'hardcore e fu tra gli iniziatori di tutto il movimento, cresciuto attorno alla Gravity Records. L'ibridazione dell'hardcore con altri generi come il funk, la new wave inglese o addirittura il jazz era iniziata immediatamente dopo la codifica del genere stesso, la cui rigidità non poteva contenere la voglia di sperimentare di nuove genie di musicisti, sempre più capaci tecnicamente. Dopo vent'anni di evoluzione, la carica di rabbia e violenza era diventata sempre più celebrale, fino a scomparire del tutto. Rimase l'approccio do it yourself, di eredità punk, anche in etichette come la Gold Standard Laboratories (GSL) e la Three One G che, all'appropinquarsi della fine del millennio, stava producendo alcune tra le più interessanti band che ancora tentavano di innovare il genere. I GoGoGo Airheart erano tra queste e, magari per inserirsi in una corrente in voga ad inizio millennio, la riscoperta del postpunk, che avrebbe potuto portarli ad un minimo di notorietà dopo anni di sforzi, arrivarono a confezionare nel 2002 ExittheUXA. E' un album che certifica il fallimento dell'indie americano come modello di business, se mai ce ne fosse stato bisogno, dato che già in tempi non sospetti, Greg Ginn, fondatore dei Black Flag e dell'etichetta SST, alla domanda: "Guadagnate qualche soldo?", rispondeva: "cerchiamo di mangiare". Se non era un modello redditizio monetariamente, i GoGoGo Airheart stanno a testimoniare che lo era dal punto di vista della creatività, anche tentando di inseguire i trend del momento.

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