Wednesday, 24 March 2021

Arab on radar e il noise di Providence, Rhode Island


...già il nome, l'arabo sul radar, evocava terroristi, dediti allo spionaggio, pronti a minacciare l'American way of life, anche prima dell'attentato alle Twin Towers dell'undici settembre 2001. Gli Arab on Radar si formarono invece nel 1994 a Providence, Rhode Island e l'intento programmatico era quello di minacciare la sanità acustica e mentale degli ascoltatori, se è vera la leggenda che li vuole inseguiti per le strade dai fan di Marylin Manson alla fine di un suo concerto dove avevano suonato come gruppo spalla. Il terrorismo sonoro è una strategia tipica di molta musica industriale, mettere sulla graticola i valori canonici della società sviscerandone gli aspetti più perversi e di solito nascosti e disturbanti, gli Arab on Radar si esibivano spesso imitando personalità affette da demenza o da sindrome di Down. Non era un grandguignol basato su vestiario sadomaso e testi amorali come quello offerto dal reverendo Manson, andava oltre. Gli Arab on Radar, soprattutto sonicamente, ripescano l'approccio decostruttivista della No Wave Newyorkese di fine '70, portandolo all'eccesso. Ritmi spastici, dissonanze e distorsioni a profusione, applicate anche sul basso elettrico, tanto da risultare irriconoscibile, suonando quasi come un sintetizzatore. Più di altre band metal, che si ispiravano nei testi al più insigne cittadino di Providenced, H. P. Lovecraft, gli Arab On Radar riuscirono a ricostruire sonicamente un immaginario sonoro che flirtava con la follia, uno dei temi incarnati nei romanzi del maestro dell'orrore di Providence settant'anni prima. Lovecraft era talmente terrorizzato dai mutamenti della società del suo tempo da rievocarla, sublimata nei suoi scritti. Lo scrittore veniva da un piccolo mondo antico, la Providence puritana di fine '800, sembra che l'universo orrorifico che fu in grado di assemblare gli sia stato ispirato dal contatto con New York e con il caos metropolitano. Per gli Arab On Radar fu l'opposto, tentarono di decostruire, con tipico approccio postpunk, le strutture sclerotizzate della musica, e in paralleo della società occidentale, nella quale erano immersi.

Friday, 12 March 2021

The Locust, la piaga finale del punk

 

 

Cominciò tutto da un suggerimento musicale: "Babe, tu che hai ìl modem (eravamo nel 1999, era un 56 kbps), perchè non scarichi i Locust?" "Tanto i brani durano in media 50 secondi, fai presto..." Con un modem dell'epoca, anche cinquanta secondi di musica compressa in mp3 di bassa qualità diventavano minuti di download ma riusci nell'impresa, grazie a Napster, il famoso software di file sharing gratuito. Convertii tutti i file e masterizzai un CD da dare al mio amico... Ovviamente li ascoltai, chi erano questi pazzi che suonavano un punk ultraveloce portato all'eccesso con tanto di organo? C'erano già i giapponesi Melt Banana in giro che regalavano perle noise di pochi secondi di durata ma i Locust aggiungevano un carico di disagio psichico ancora maggiore. Sempre grazie al mio povero modem riuscii a scaricare un video a cartoni animati con un'estetica stile South Park che ben si accoppiava all'immaginario punk parossistico dei nostri. Il CD masterizzato sarebbe stato copiato decine di volte per finire eventualmente nelle mani di tutti gli appassionati di musica noise e post-hardcore del circondario. Tempo un anno i Locust, da San Diego, avrebbero suonato nel garage del mio amico, travestiti da api con tanto di astrelle sulla testa (le astrelle erano un cerchio ferma capelli dotato di due lunghe antenne costituite di molle elastiche, con in cima stelle colorate...). Il concerto fu brevissimo e velocissimo, sembrava la presa in giro del punk stesso, un tornare agli sberleffi provocatori delle origini ma portandoli all'estremo, oltre non si sarebbe potuto andare...

Thursday, 4 March 2021

Fear, il declino della civiltà occidentale

 

 ...il titolo del post viene dal titolo di un film girato a Los Angeles per documentarne la scena punk: "The decline of western civilization", di Penelope Spheris. I Fear erano uno dei tanti gruppi punk che costellavano la metropoli californiana al'inizio degli anni '80, l'accento del film è proprio sulla degenerazione nichilistica e autodistruttiva che i punk losangelini avevano intrapreso, il manifesto ritraeva un Darby Crash malconcio sdraiato sul palco ma il cantante dei Germs era morto poche settimane prima l'uscita del film, di overdose. I Fear non erano forse maledetti come i Germs ma sicuramente rozzi, puerili e politicamente scorretti come pochi, da notare che il punk non faceva certo della moderazione verbale e sonora una virtù... I titoli delle canzoni del primo disco, intitolato "The record", già dicono molto, "Let's have a war", "I don't care about you", "We destroy the family", "Fresh flesh". I testi sono zeppi di humor nero, misoginia e misantropia assortita, ovviamente condita da una comicità da ragazzi delle medie, eccetto il fatto che Lee Ving, frontman e principale paroliere dei Fear, non era affatto un ragazzino, alla data di pubblicaziopne del disco aveva già spento 32 candeline ed aveva alle spalle un periodo di servizio militare in Vietnam... I Fear ebbero un momento di notorietà dopo un'oltraggiosa ospitata al Saturday Night Show, uno spettacolo televisivo popolarissimo, erano uno dei gruppi preferiti di John Belushi, che non a caso riuscì introdurli nello show. Lee ving avrebbe poi intrapreso a sua volta una carriera da attore, ovviamente, dati i connotati, sempre con ruoli da villain...