Monday, 29 June 2020

Flying Luttenbachers, Death? Jazz? Dalla Chicago anni '90



Chicago negli anni '90 è cambiata, ormai il processo di smantellamento delle grandi aziende novecentesche e del welfare state ad esse connesso è a buon punto. Non è più il tempo della rabbia espressa dal punk hardcore o del cinismo del post hardcore, forse è il momento della rassegnazione, oppure quello di passare tutti gli input metropolitani al tritacarne. Quindi: Jazz, di cui la città era sempre stata la culla, noise e industrial, esplosi negli anni '80 e ovviamente tutte le influenze di metal estremo provenienti da ogni dove. Serviva un nuovo jazz, un genere che i coetanei di Weasel Walter non ascoltavano certo in massa ma il jazz non finirà mai perché la sua necessità è quella di unire cose diverse, e fino a quando ci sarà diversità, ci sarà jazz. Esemplare il caso dei Flying Luttenbachers, gruppo americano di Chicago attivo nella scena locale underground durante gli anni 90. Il percorso di Weasel Walter, unico leader del progetto Flying Luttenbachers, è unilaterale. Un approccio musicale che non guarda mai indietro e che si evolve con tentativi decisi, prova di un’idea musicale strutturata e ragionata. Se le prime registrazioni, con una formazione a trio - doppio sax e batteria - devono molto al free jazz targato Albert Ayler e le composizioni no wave dei Mars e DNA, quelle successive mutano in forma ed in sostanza, passando ad un quartetto con chitarra e basso. Così Walter riesce nel suo tentativo di avvicinare il jazz alla musica death metal. Incredibile a leggersi così. Incredibile anche a sentirlo, a dirla tutta. L’ultima uscita Gods of Chaos (1997, Skin Graft Records) è “l’apocalittica rappresentazione di un rock in via di definitivo sfacelo” secondo le parole dello stesso WW, o sempre secondo lo stesso “è la rappresentazione della razza umana”. A cosa facesse davvero riferimento Walter con queste sue stuzzicanti dichiarazioni non si può davvero intuire, all’ascolto dello stesso album. Il punto da cogliere è invece l’etica artistica, la ricerca del nuovo e del non-già-ascoltato, la fuga dallo scontato e la noncuranza del successo  commerciale. I Flying Luttenbachers hanno sempre e solo suonato quello che volevano, senza curarsi di nessuno, Weasel Walter con il suo death-jazz riusciva ad esprimere l'accelerazione socio economiaca di quegli anni, quella che avrebbe portato Chicago a diventare una World City con un'economia basata sulla conoscenza, una trasformazione per pochi, gli altri si sarebbero persi nel caos futurista in chiave distopica.


“Per quanto possa sembrare sciocco, essendo ogni nota più piena di energia dell’intero catalogo dei Fugazi, questo singolo potrebbe segnare l’avvio di una nuova generazione di band punk-jazz fatte da ragazzi per i quali Coltrane è Ian McKaye, straight edge significa canne ben calibrate [inteso come parti di strumenti, ndr.] e chi comanda sono dei fiati forti e veloci. Sto parlando seriamente.” (Marc Masters su 546 Seconds of Noise, Crank n.3, primavera 1993)



 

“Questo è un jazz spaventoso. Esplosivo. Non-stop. Una musica incredibilmente feroce. I F.L. potrebbero essere la prima band jazz a girare nella testa di tanti headbangers. Un sax urlante, una chitarra stridente, un basso tuonante e una batteria free-death. Come se degli zingari vi rapissero un figlio e lo mutilassero davanti ai vostri occhi. Come Nerone che cantava mentre Roma bruciava. Eccovi una vaga idea. Non provate a scopare con questo album in sottofondo.” (Lee Pembleton su Constructive Destruction, The Lumpen Times Vol.3,  n. 21, agosto 1994)




“Per esperienza personale, lasciatemi dire che questo è il perfetto accompagnamento per quando vi trovate a camminare in mezzo a una folla di letargici relitti umani, tentando diperatamente di prendere l’ultimo autobus verso casa mentre la vostra mano cerca freneticamente nella tasca della giacca per trovare il biglietto, attenta a non scuotere il vecchio e scassato walkman che sta suonando e che non potete permettervi di cambiare, e chiedendovi insistentemente se quel vago scampanellio che sentite nella vostra testa viene dal nastro o è la prima avvisaglia di una perdita dell’udito. Per come la vedo io, questo è un complimento.” (Nik Rainey su Revenge, Lollipop n.33 1997)

 

Saturday, 13 June 2020

Olimpia Splendid, dalla Finlandia con rumore


Heta Bilaletdin, Jonna Karanka e Katri Sipiläinen sono tre ragazze finlandesi, si sono conosciute ad Helskini a qualche anno fa, mentre studiavano arte all’universita’. Sono loro le Olimpia Splendid. Scrivo una mail a Jonna, con l’intento di chiederle del materiale, degli scritti o interviste che parlino di loro, vista la penuria di informazioni trovate nell’internet. La risposta di Jonna e’ simpatica, cordiale, spontanea e pronta, prontissima. Uno scambio di mail dove mi fa capire che in tanti italiani scrivono a loro credendo di scrivere ad una ditta di condizionatori (Olimpia Splendid, appunto italiana). Questo tanto per intendere il livello di notorietà di queste tre ragazze.



Viste al Sonic City festival a Kortrjik, in Belgio, nel 2017, un festival di musica noise organizzato da Thurston Moore dei Sonic Youth. Parlo con loro a fine concerto mentre compro il CD. Il concerto mi era piaciuto tanto.

Si tratta dell’omonimo Olimpia Splendid (Fonal records, 2015). E’ la danza delle streghe ma non preoccupatevi. Le litanie allucinate cantate, sussurrate dalle tre non mi fanno paura. Anzi. Un canto delle sirene, o fate, o streghe, di questa foresta scandinava in mezzo a neve e notte. Le chitarre reiterate, ripetute, ritorte, distorte scivolano su rudimentale drum machine, si rincorrono si scontrano si baciano e poi fuggono di nuovo. Un po’ dark un po’ noise un po’ di alienazione, in generale, all’ascolto.

Thurston Moore dei Sonic Youth non doveva averle addocchiate per caso, avete mai ascoltato il primo, omonimo EP di cinque brani omonimo dei Newyorkesi?



Le tre non hanno background di musiciste, come spesso accadeva nella scena No Wave Newyorkese di fine anni ‘70, per l’appunto. In realta’ Jonna sì, aveva prodotto un album sotto il nome KUUPUU - roba tutta diversa - non male comunque. In ogni caso: la prova qua e’ spontanea il messaggio genuino e anche un poco innocente. In una piccola scena, quella finlandese, dove tutti si conoscono e tutti si aiutano, le tre non hanno fatto piani ma si sono conosciute, e hanno registrato con la Fonal, etichetta domestica fulcro della scena appena citata.




Jonna dice che forse in questo 2020 uscirà qualcosa di nuovo. Beh, se succederà, lo ascolterò davvero volentieri.

Thursday, 11 June 2020

The Make up, a gospel ye-ye band da Washington DC

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...tutto cominciò con un concerto a Bologna, A.D. 1999 o giù di lì. A dir la verità fu un non-concerto, un po' perchè partii colpevolmente tardi e arrivai a concerto già concluso. Magrissima consolazione, il concerto era terminato dopo pochissimi brani perché la bassista, Michelle Mae, cominciò dapprima a sanguinare dal naso e poi colassò sulla spia. Morale della favola, fine anticipata del concerto... Di lì a poco i Make Up si sarebbero sciolti, avevano da poco pubblicato il loro ultimo album, Save yourself, sulla benemerita etichetta K records di Olympia, stato di Washington, non distante da Seattle.

Ma andiamo con ordine e torniamo nei binari di questa trasmissione, I Make Up non sono un gruppo originario dell'area di Seattle, sono originari di Washington DC, la capitale degli States, nonchè culla dell'Hardcore e proprio dall'Hardcore vengono i Make Up, con un salto mortale carpiato che li ha portati a coniare il loro autodefinito "gospel ye-ye sound".Il frontman Ian Svenonius, definirlo cantante sarebbe riduttivo date le innate doti da predicatore, era già nei Nation of Ulysses assieme a Steve Gamboa e a James Canty. Quest'ultimo era un gruppo Posthardcore, "post" in quanto nato temporalmente dopo l'apice creativo dell’hardcore ma soprattutto perché, con approccio tipicamente postmoderno, nei loro dischi inneggiavano a rivolte contro tutte le istituzioni attuabili non dormendo e drogandosi e secessioni dall'America in maniera grottesca e surreale, quasi a canzonare e ad esasperare al contempo gli stilemi dell'Hardcore rabbioso di dieci anni prima.

I Make Up invece, mescolavano garage e soul in maniera quasi dadaista ma con un gusto nello scrivere le canzoni che li renderà estremamente fruibili. L'esordio del 1996 è sulla stessa etichetta che aveva pubblicato i Nation of Ulysses assieme a praticamente tutto l'hardcore di Washington DC. In quegli anni di revival c'erano altri gruppi underground che erano ripartiti dal Garage punk di Cramps e Fleshtones, come i '68 Comeback, gli Oblivians o i Gories evolvendone lo stile oppure avevano mescolato punk e blues come la Jon Spencer Blues Explosion o i Chrome Cranks. Dopo l’esplosione di Nevermind dei Nirvava nel 1991, che aveva sancito l’affermazione commerciale del punk nei media mainstream, Mtv in primis, tutto sembrava commercialmente possibile. I Make Up avevano trovato una loro via al revival inaugurato dal Grunge e dal ripescaggio dell’hard rock filtrato dal punk attuato dalle band di Seattle. Lo spirito era completamente diverso:


Ian Svenonius: "Per me, essere in una band rock è come avere una relazione amorosa con te stesso. È come le vecchie gang di strada degli anni '60 nel Bronx, dove il capo della banda aveva queste delusioni di grandiosità. Per loro, il loro gruppo era il centro del mondo. È lo stesso con me. Ho un serio complesso di Napoleone."1


Ma i Make Up odiavano gli anni ’60, d’altronde, chiunque pensi che sia stata un'epoca d'oro dovrebbe svegliarsi e come minimo ricordare il sessismo imperante.


Ian Svenonius: "Gli anni '60 sono stati l'era più misogina degli ultimi 50 anni. L'intera idealizzazione di queste nuove donne-ragazze bambine senza una guida, l'ossessione per la libertà nei gruppi per soli maschi come i Beatles. Cos'era il fenomeno hippie Erano uomini che confutavano la responsabilità, e stavano a casa a fumare canne. "2



1, 2: https://www.nme.com/news/music/make-up-4-1393118