Sunday, 6 June 2021

Marisa Anderson, la John Fahey dei giorni nostri



Quando si preme il tasto play per questo disco Mercury (2014) il tempo si ferma, e il suono pulito della chitarra elettrica di Marisa Anderson è quello di una prateria deserta dove una strada interminabile percorre miglia e miglia e porta dritto al cuore della canzone country americana.
E’ il percorso intrapreso da Marisa Anderson, nata in California, per arrivare fino a Portland, Oregon, sua citta’ adottiva. In mezzo, tante traversate del continente nord americano per suonare, conoscere, parlare, creare, vivere. Anti-diva per scelta e per vocazione, Marisa Anderson e’ una chitarrista tra le migliori del panorama americano, quello che prende origine dal delta blues di prima meta’ secolo scorso e poi si unisce al sogwriting di epoca successiva piu’ country e folk. La tecnica del fingerpicking (suonare la chitarra senza plettro ma direttamente con le dita) permette a chi suona di mantenere al momento stesso una linea di basso (col pollice) e di creare invece linee melodiche con la altre dita della mano destra. In questo modo la chitarrra prende vita e finalmente diventa strumento a piu’ voci.

Sempre pubblicando per etichette indipendenti, Marisa Anderson non si ferma mai e suona per l’America e l’Europa. In fondo, suonare e spostarsi e’ cio’ che fa da quando e’ nata.









Friday, 7 May 2021

Andy Stott, la techno al sound delle presse meccaniche

 

E' troppo facile associare la musica di Andy Stott con il suo lavoro in una carrozzeria Mercedes di Manchester, così come è troppo facile associare i Throbbing Gristle, della non distante Sheffield, alle industrie che ne popolavano il paesaggio. Come i progenitori della industrial music, Andy Stott riesce a ricreare l'alienazione del vivere metropolitano inglese, non solo il suono delle macchine. Manchester, nelle ultime decadi del '900, è stata prodiga di una messe prodigiosa di scene musicali sopraffine, post punk e acid house per citarne un paio; questo Luxury Problems, però, è del 2012, sono passati dunque parecchi anni dagli antichi fasti. Anche la techno che innerva tutto il disco è ormai una musica più che matura ma Andy Stott vi innesta i suoni della tradizione industrial, ne dilata i ritmi e aggiunge distorsioni ai suoni, in modo da renderli sporchi, analogici, direbbe uno colto; riesce a rievocare il sound sporco dei primi sintetizzatori, la grana del materico e a creare delle piccole composizioni techno. Come tanti altri produttori inglesi degli anni '90, Andy Stott prende i suoni delle piste da ballo e li concettualizza, vi sovrappone la voce della sua insegnate di musica, un'ex cantante lirica, arrivando spesso alla forma canzone. Avrebbe poi lasciato il suo day job, quello che gli aveva dato da mangiare per anni, dopo il successo di questo album, e sarebbe entrato in un circuito di elettronica "intelligent", non ai livelli dei Chemical Brothers ma insomma, abbastanza da suonare in eventi di medie dimensioni... per lo sconcerto dei presenti, bombardati di suoni feroci e non proprio ballabilissimi, ne siamo orgogliosi testimoni...